Censurato il film BULLY eppure sono 13 milioni le vittime del bullismo in America!

Si chiama Bully ed ha sconvolto l’America: è il documentario sul bullismo la cui censura ha scatenato una fervente protesta iniziata dalla diciassettenne Kate Butler ed appoggiata anche da Lady Gaga

Il documentario che sta facendo scalpore in America è Bully, diretto da Leo Hirsch e prodotto da Harvey Weinstein, pezzo da novanta di Hollywood recentemente salito agli onori della cronaca per il film “The Artist”, di cui ha curato il marketing.

Per capire questa storia, bisogna fare un passo indietro. Secondo i dati raccolti a livello internazionale da numerosi soggetti istituzionali e privati, ogni anno è vittima di bullismo qualcosa come 13 milioni di giovani: un numero enorme, che coinvolge bambini e adolescenti in ogni parte del mondo, dall’Europa, all’Asia, all’America. Secondo un recente studio della Società Italiana di Pediatria, nel nostro paese il 77% dei maschi e il 68% delle ragazze è stato coinvolto – direttamente o indirettamente – in atti di violenza fisica e psicologica perpetrati da loro coetanei, ma benché il 75% affermi di ritenere giusto rivolgersi a un adulto per avere aiuto, nei fatti il 53% dichiara che si difenderebbe da solo, per evitare di essere considerato una ‘spia’, un ‘fifone’, e venire preso ancora più di mira. Senza contare l’emergente e potenzialmente devastante fenomeno del cyberbullismo, che adopera le nuove tecnologie – in particolare internet, i social network e i siti di condivisione come YouTube – per offendere e ferire le vittime, umiliandole o diffamandole davanti a milioni di persone con un solo click.

Perché questa premessa? Il pluripremiato regista Lee Hirsch – vincitore agli Emmy e al Sundance Film Festival – ha realizzato un documentario intitolato significativamente Bully, che segue le vicende di 5 adolescenti vittime di bullismo e racconta come questo fenomeno influisce sulle loro vite, con ripercussioni sullo sviluppo, sull’autostima, sulle relazioni e sulle famiglie. Uno spaccato crudo e molto realistico, che mostra senza ipocrisie l’universo del bullismo e le ricadute che esso ha sui singoli e sulla società, per realizzare il quale Hirsch volutamente ha scelto di mostrare immagini disturbanti (sevizie sugli scuolabus, violenza nei comprensori scolastici, indifferenza di insegnanti e amministrazioni, ferite e conseguenze, anche estreme) e un linguaggio forte e non censurato. Obiettivo dichiarato: parlare ai giovani e aiutarli a farsi aiutare senza paura, mostrando loro la spirale di terrore e disperazione in cui può cadere chi è vittima di soprusi fisici e psicologici. Un fine encomiabile sul quale però, paradossalmente, si è abbattuta la scure della censura della MPAA (Motion Picture Association of America), l’Organizzazione Americana dei Produttori Cinematografici che visiona tutte le pellicole destinate al circuito dei cinema, classificandole in base ai loro contenuti e stabilendo il tipo di pubblico per cui sono adatte. Per Bully la valutazione è stata R-Restricted, che significa vietato ai minori di 17 anni non accompagnati.

Una decisione che, di fatto, vanifica il lavoro di Hirsch nei suoi stessi presupposti e che ha scatenato l’immediata e veemente reazione da parte del produttore, Harvey Weinstein, che ha minacciato di ritirare la propria casa di produzione The Weinstein Company – dietro a film del calibro di My Week With Marilyn e The Artist – dal sistema MPAA. La scelta di sottoporsi al rating dell’Associazione è infatti ‘volontaria’, ma il potere della MPAA fa sì che praticamente nessuno abbia il coraggio di sottrarsi alla sua valutazione, pena il boicottaggio della pellicola da parte delle sale cinematografiche e il conseguente flop ai botteghini. Tuttavia, questa volta Weinstein sembra fare sul serio e – considerato anche il successo del suo ultimo lavoro alla notte degli Oscar di ieri – la sua influenza sul mondo hollywoodiano è sempre più forte e consolidata, al punto che potrebbe convincere altri produttori di peso a uscire dall’MPAA, privandola di fatto di ogni valore. Il guanto, del resto, era già stato lanciato qualche tempo fa dal regista indipendente Heather Ferreira, che aveva consigliato ai suoi colleghi di mettere online le proprie pellicole anziché appoggiarsi all’istituzionale circuito distributivo, in modo da aggirare la censura dell’MPAA.

Perché, in definitiva, di questo si tratta: di censura preventiva. E, ancora peggio, eseguita da genitori che rappresentano un’élite di lobby ultra-conservatrici, legate al clero e fortemente prevenute nei confronti delle minoranze (sessuali, religiose e civili). La domanda allora è: è giusto che una cerchia ristretta di madri e padri possa decidere per tutti i figli d’America? O non sarebbe più corretto che ogni genitore potesse decidere in autonomia, secondo i propri valori e la propria coscienza, dell’educazione dei suoi ragazzi? Weinstein infatti aveva pensato Bully come PG-13, Parents Strongly Cautioned, cioè adatto a maggiori di 13 anni accompagnati dai genitori, in modo da aprire un tavolo di discussione generazionale sul mondo del bullismo. La presa di posizione contro la MPAA, dunque, questa volta non avrebbe i connotati del business, bensì della battaglia per i diritti dell’arte, dell’informazione e del benessere dei minori. Uno spostamente di piano che non può non pesare tanto sulle case produttrici che sulle stesse lobby dietro all’MPAA: Bully infatti non è e non vuole essere un titolo di cassetta, bensì un documentario realizzato per permettere agli adolescenti di ribellarsi senza vergogna o paura al meccanismo infido del bullismo e per aiutare gli adulti, i genitori, a comprendere le ragioni dietro a comportamenti inspiegabili e improvvisi cambiamenti caratteriali dei propri figli, indirizzandoli sulla via da seguire per offrire loro supporto. Quale censura, dunque, può permettersi di avere sulla coscienza 13 milioni di vittime ogni anno?

fonte