RITRATTO: aspetti psicologici

Aspetti psicologici nel ritratto

La fotogenia benché se ne dica è un dono naturale, poco se non nulla è acquisibile con l’esperienza, e non ha nulla a che vedere con la bellezza.
Vi sono persone esteticamente piacevoli che ritratte appaiono sgraziate o inespressive, altre magari meno piacevoli a vedersi o magari fuori dai canoni comuni della bellezza rendono magnificamente, è fotogenico quel volto che immortalato in una espressione statica tende a mantenere la stessa “presenza” e carica emotiva che rappresenta la sua figura dal vivo.

Generalizzando i visi più fotogenici sono quelli non eccessivamente mobili cioè, coloro che trasmettono di più le lorosensazioni attraverso lo sguardo che non attraverso la loro mimica facciale.
La fotogenia di una persona è solo in una piccola parte prevedibile, spesso e a volte troppo, occorrerà guardare i primi scatti fatti per accorgersi delle potenzialità della persona ritratta ed eventualmente porre i dovuti rimedi nel caso che gli scatti risultino “freddi”.

Personalmente trovo basilare lavorando con la figura umana, creare un ottimo approccio emotivo, entrare in confidenza ed in sintonia con il nostro soggetto ci permetterà di abbattere quel muro di diffidenza e di imbarazzo che c’è ogni qualvolta un non professionista intende farsi ritrarre.
Mettere a proprio agio i nostri modelli è il primo punto di lavoro su cui dobbiamo concentrarci, riusciti in questa impresa metà del lavoro è già fatto.
Ora non è che noi fotografi professionisti o non, dobbiamo prendere una laurea in psicologia per ritrarre una persona, ma di certo la nostra sensibilità e disponibilità nell’interagire con il nostro modello/a sposterà l’ago della bilancia da una immagine tipo “fototessera” ad un immagine dove l’animo del soggetto traspare in tutta la sua pienezza.

I nostri potenziali soggetti adulti, e dico adulti perché l’argomento bambini lo tratterrò più in seguito, si dividono sostanzialmente in due categorie: quelli sicuri di se coscienti delle loro potenzialità, e quelli insicuri convinti di venire sempre male nelle foto.
Le persone sicure di se possono dar l’idea di essere soggetti più facilmente fotografabili, ma spesso non è così, convinti della loro immagine piacevole spesso esordiscono con catalogo di pose, infinitamente provate, che alla fine gli fanno perdere la loro spontaneità, regalandoci così un bell’esempio di maschere stereotipate anziché di se stessi.
Anche qui un buon dialogo preliminare ed il sentirsi a proprio agio li aiuterà togliersi la maschera e far trasparire ciò che sono realmente.
I soggetti timidi spesso invece sono dei falsi modesti, solitamente si vedono molto meglio di come si vedono in foto ed il loro orgoglio li blocca reputando che l’immagine eseguita sia inferiore all’immagine che hanno di loro stessi.
È indispensabile con questi soggetti rassicurarli che la loro scarsa fotogenia non lederà il risultato finale, anzi.
Con essi sarà utile mostrarle via via il lavoro eseguito (benedetto sia il digitale) in modo da renderli sempre più naturali e disponibili alle nostre indicazioni.

Una tecnica che spesso usavo quando scattavo ancora in analogico, era quella di fare almeno una trentina di scatti senza pellicola, in modo da abituare il soggetto all’ambiente a lui inconsueto che è la sala posa, dopodichè spiegando con molta diplomazia e con toni scherzosi l’avvenuto si iniziava il lavoro vero.

Molto importante specialmente con le donne, l’evitare di toccare il soggetto per fargli assumere delle pose, molto meglio spiegargli le pose che vogliamo che essa assuma rendendola così partecipe del risultato finale evitando inoltre il conseguente “congelamento” causato dal nostro contatto fisico.

Ritrarre invece i “cuccioli” termine che io uso per i bambini la cosa è un po’ più complicata , mentre l’obiettivo intimidisce gli adulti per i bambini l’incuriosisce, risultato anche qui è la mancanza di spontaneità, l’ideale per fare ottime foto ecoglierli al volo, cerchiamo soluzioni che lascino il minor margine d’errore possibile – durata della posa e diaframma – nel caso di un servizio in studio usare la luce continua e non quella flash, la continua emissione di lampi se non li intimorisce li blocca comunque in maniera irreversibile.

Può servire specie se siamo estranei alla famiglia prendere confidenza e familiarizzare con esso, cioè creare sul nostro set un ambiente famigliare, no è detto che siamo costretti a fare un po’ i pagliacci in modo da ingraziarci le sue attenzioni.
Più riusciamo a far si che il tutto per il bambino diventi un gioco più il nostro risultato sarà eccellente
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