Selfie , una moda del momento ?

Selfie sembra la moda del momento, mai come oggi si parla di autoritratto. In realta’ questa moda ha 175 anni , il primo autoritratto infatti risale al 1839 fatto da Robert Cornelius, davanti al dagherrotipo.
Dal primo autoritratto in poi il percorso e’ segnato da importantissimi artisti che hanno fatto di questo genere fotografico la loro bandiera. Pensiamo a Francesca Woodman, che rimane forse la piu’ famosa autoritrattista. Una giovanissima ragazza, morta suicida a soli 22 anni, che aveva trovato il proprio metodo per far uscire la sofferenza all’esterno, creando immagini suggestive e immediatamente comprensibili. Fotografava il suo corpo in modo da creare un legame con lo spazio circostante, in un lavoro straordinario, che anche oggi continua a riscuotere consensi.
Dalla Woodman in poi e’ stato un susseguirsi di progetti fotografici piu’ o meno intensi. Pensiamo ad esempio ai lavori di Nan Goldin , che utilizza il mezzo fotografico come strumento per costruire un diario personale pubblico, in cui racconta la sua vita senza filtro.

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Ma se vogliamo considerare il  “selfie” nell’arte dobbiamo andare ancora piu’ indietro, con  l’Autoritratto di Leonardo Da Vinci , un disegno del 1515 circa e conservato nella Biblioteca Reale di Torino.
Il disegno del celebre autoritratto, l’unico sicuro dell’artista, viene in genere datato ai suoi ultimi anni di vita, quando viveva in Francia al servizio di Francesco I.

Un bel sito di famosi autoritratti realizzati in pittura lo trovate qua :  http://autoritratti.wordpress.com/page/4/

Ma ritorniamo a parlare di fotografia, si è da parecchio tempo capito quanto sia importante l’autoritratto fotografico come autoterapia, e da qui un’analisi di Emanuela Zerbinatti.

Gli autoritratti suscitano sempre un grande fascino anche per i tanti interrogativi che suscitano.
Cosa vuole dire l’autore rappresentando se stesso? Cosa vuole farci vedere di sé? Forse qualcosa che nessuno riesce ad apprezzare? O forse è a se stesso che vuole comunicare qualcosa?

Quali e quanti significati può avere un autoritratto e soprattutto: è possibile pensare che un autoritratto possa avere una valenza terapeutica?
La fotografa Cristina Nuñez, pensa proprio di sì e dopo aver sperimentato su se stessa la potenza dell’autoritratto fotografico, ora insegna agli altri come fare a vivere la stessa esperienza.
“Il confronto con l’obiettivo fotografico può essere un’esperienza singolare, un dialogo non verbale ricchissimo – dice infatti Nuñez – Lo sguardo cerca il contatto con quel buco nero e lo scruta, per esprimere, nell’opera risultante, la propria visione, che è diretta sia verso l’interiorità che verso il mondo presente e futuro.”
Un’esperienza che secondo la fotografa può essere alla portata di tutti. “Nell’era digitale chiunque può produrre un autoritratto fotografico che sia un’opera d’arte, istintivamente e senza sapere nulla di fotografia.”
Che siano reflex, piccole digitali o semplici telefonini, “nel momento dello scatto tutti – adulti, bambini o adolescenti – esprimono la naturale determinazione ad affermare il proprio esistere e di conseguenza la consapevolezza anche incosciente, che stanno producendo arte.”
“L’opera fotografica – dice infatti – è un’immagine che racchiude molteplici significati anche opposti: essa va a toccare vicende umane, è ricca di elementi che stimolano il pensiero e/o le emozioni e ha un particolare rapporto con il tempo, il tutto all’interno di un’armonia particolare di elementi estetico-formali.”
Ma in che modo questo creare un’opera fotografica di questo tipo può risultare terapeutico?
“Attraverso lo sguardo, metafora del suo potere creativo, l’auto-ritrattista acquisisce un triplice ruolo, in quanto è allo stesso tempo autore, soggetto e spettatore. – spiega Nuñez – Da lì la potenza comunicativa dell’autoritratto: l’autore attira a sé lo spettatore come sussurrandogli nell’orecchio “questo ti riguarda”. E lo invita a immergersi nell’intricata dinamica di identificazioni e relazioni tra i tre ruoli, e attraverso questo scambio assicura la sua immortalità nei cuori e nelle menti dei posteri. L’auto-ritrattista possiede un potere intrinseco e una libertà di azione che è paragonabile a quella degli dei: l’autoritratto, come ha detto una volta Michel Tournier, è l’unica immagine possibile del creatore (e il suo sguardo) nel momento stesso della creazione.”
Oggi sembra esserci una gran voglia di autorappresentarsi, ma l’impressione è che non sia dovuto solo alla disponibilità di mezzi per farlo.
“Oggi sono sempre di più le persone che sperimentano una vera e propria pulsione all’autorappresentazione, quasi un bisogno di lasciare un’immagine di sé che sopravviva nel tempo, come Rembrandt e Van Gogh in passato. Può diventare una necessità impellente in momenti particolari della vita quando il nostro io viene rimesso in discussione, oppure rispondere al bisogno interiore dell’artista, che come afferma Bob Dylan, è un essere sempre in divenire.
L’espressione di emozioni o desideri difficili è particolarmente efficace nell’autoritratto. L’oggettivazione del “male” in una foto, separandoci da ciò che è negativo, funge da motore catartico, rinnovatore. Non rimangono più barriere per arrivare all’essenza.”
“Ogni autoritratto, al di là dello sguardo sulla propria interiorità, è sempre una sorta di performance. È assolutamente impossibile costruire la propria immagine in modo inconscio. Il nostro agire o recitare è mediato senz’altro da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Nonostante questo esiste uno spazio, un rapporto tra sé e sé che rimane, a mio avviso, indipendente dallo sguardo dell’altro e che racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio e accettazione. Un processo meraviglioso che non ha bisogno di parole, perché l’opera contiene tutto e non ha bisogno di essere tradotta per colpire nel segno.”
“La performance è anche uscire da se stessi, immaginarsi diversi da quello che siamo, come fa la giovane artista giapponese Tomolo Sawada nel suo 400 ID: quattrocento fototessere-autoritratto che rappresentano quattrocento donne diverse. “È la meravigliosa plasticità dell’io”, come dice Stefano Ferrari nel suo bellissimo volume “Lo Specchio dell’lo – autoritratto e psicologia” (Ed. Laterza) – ricorda Nuñez – “il bisogno prometeico di essere e sperimentare tutto… insomma diventare l’altro”. E ancora: “questa pulsione, questa aspirazione a riconoscere e a inseguire la molteplicità degli io che convivono in noi è tipica dell’età contemporanea”.
Però all’opposto ci sono persone che rifuggono gli sguardi e l’obiettivo, perché magari non si piacciono.
“Sono moltissime le persone che temono l’obiettivo. Nella maggior parte dei casi si tratta, a mio giudizio, di un rapporto difficile con la propria immagine, determinato dalla differenza tra la nostra immagine interna (che rimane più o meno ferma all’adolescenza o alla giovinezza) e quella esterna che ci mostra lo specchio. Dice Barthes che la fotografia non rappresenta né riflette la realtà, ma le dà significato. Noi non siamo il nostro autoritratto, siamo molto di più.
Dunque l’autoscatto può diventare uno splendido strumento per unire immagine interna ed esterna, trovare la propria essenza anche attraverso il nostro corpo e il nostro volto attuali.”
E allora perché questo desiderio di rendere pubbliche le proprie autorappresentazioni dopo averle realizzate, di cui il successo di Youtube è solo uno degli esempi più noti ed evidenti?
“Perché il processo sia completo, però, è necessario (anzi, direi imprescindibile) poterlo comunicare agli altri. L’artista è in un certo senso separato dal mondo – perché in costante lavoro introspettivo – e questo è spesso causa di disagio esistenziale. Nel momento in cui l’opera può essere intimamente condivisa da un pubblico, esiste per lui la possibilità di liberarsi dai confini dell’io: e come nello Zen, diventare tutt’uno col cosmo.”

Nelle prossime settimane approfondiro’ il tema della fotografia utilizzata nella psicologia .