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“Portrait de femme: La fotografia come indagine del reale”.

“Portrait de femme: La fotografia come indagine del reale”.
Con Portrait de Femme l’obiettivo fotografico di Micaela Zuliani si trasforma in sguardo intellettuale dell’apparenza esteriore del corpo femminile. Non si tratta solo di vedere una raccolta di immagini femminee ma, soprattutto di pensare a ciò che si vede in quelle immagini. Micaela non riproduce semplicemente la realtà muliebre sensuale, il suo scatto, mediante l’apparenza esteriore, penetra nell’immagine per elaborarne un ragionamento profondo.
Le donne fotografate sono donne anonime e sofferenti, lontane dal mondo dello spettacolo e della moda. Sono vite che vivono o hanno vissuto il disagio della malattia e pertanto, costrette spesso ad uno sbriciolamento progressivo sia fisico che psichico.
La fotografa, con Portrai de femme, cancella questa sofferenza per poter cogliere un significato nascosto del tutto filosofico.
Abbigliamento intimo seducente, rossetti brillanti, movenze corporali voluttuose, nudi in posa ci comunicano un pensiero difficile da comunicare che può essere tradotto affettivamente “Qui non si vede la malattia però!”. I dolori, le frustrazioni, le angosce non vengono immortalati dall’occhio fotografico, Micaela li dissolve e, come una goccia d’acqua sul vetro, esse scivolano via dall’obiettivo.
Molte sono state le riflessioni critiche dedicate allo scatto, enfatizzato come atto capace di rivelare il sotteso, di evidenziare il nascosto. Portrait de femme travolge questa filosofia conferendo alla fotografia un compito ancor più accorto, ovvero, quello di esorcizzare il sotteso. Le donne, avvolte nel loro quotidiano dai segni della sofferenza che spesso deteriorano anima e corpo, si trasformano e quello stesso malessere, quel disagio, mediante lo scatto di Micaela , sembra non aver avuto la sua esperienza. Le immagini vivificate da squarci di spazi ordinari , sia nello sviluppo in bianco e nero che a colori, si configurano attraverso una fotografia naturale, lontana dall’incontaminazione del ritocco. La fotografa per estirpare il dolore usa uno dei migliori linguaggi, cioè il linguaggio teatrale. Micaela Zuliani non fotografa semplicemente, ma rappresenta e rappresentare vuol dire anche teatralizzare. In Portrait de femme scorgiamo una costante visione istrionica nella donna fotografata. Se il corpo si dona con movenze naturali, l’atto teatrale è dato mediante indumenti succinti. Calze, autoreggenti e vestaglie dai toni scuri o sgargianti fungono da elementi scenografici, così come anche le lunghe collane perlate. Negli scatti in cui le curve corporali sono più evidenti, il segno teatrale viene invece riflesso dalla gestualità del corpo. Le nudità evidenziate da pose idilliache ed espressioni sceniche che si riversano in profili mimici intensi , fortemente espressivi, fanno sì che la donna fotografata diventi essa stessa scenografa del proprio corpo.
Il “gentil sesso”, attraverso il valore dei sensi, crea una sorta di moto riflessivo che sollecita la nostra emotività per condurci verso una dinamica visiva nuova del soggetto rappresentato. Ed è in questo cambiamento che si trova un senso tra il qua e il là fotografato. Uno spostamento che crea una forte emozione nella quale cogliamo il piacere estetico di Portrait de femme, un fascino del tutto nuovo nell’ambito della fotografia artistica. Chi si agita e soffre là, sulla scena grazie all’obiettivo è un’altra persona, o meglio è la persona , quella vera. La malattia seppure è incisa nella mente della donna, Micaela Zuliani la libera dal corpo rifiutandone il potere di essa, la estrae, affinché la donna possa sentirsi libera di essere se stessa, pura.

Critico d’arte
Mattea Micello