Iniziamo a non discriminare già dal linguaggio.

Girando per la rete ho trovato molto interessante questo articolo che voglio condividere con voi, sull’importanza del linguaggio da usare per non discriminare il prossimo. 
Frequento spesso persone con disabilità e penso che non sia il linguaggio che discrimina ma l’intenzionalità, i fatti, il modo di vedere e considerare la persone di serie B o no, ma certo un linguaggio appropriato fa la differenza in termini di rispetto e di aiuto nella cultura dell’accettazione. 

Ecco sotto il bellissimo articolo che condivido.

#Oltre il linguaggio a cura di Claudio Arrigoni
Fonte : https://www.mediobanca.com/oltre/content/oltre-i-limiti

Usare un linguaggio corretto e rispettoso di ogni tipo di condizione è fondamentale sempre, ancora di più quando si comunica su le cosiddette “categorie deboli”, cioè tutte le categorie a rischio discriminazione. Deve accadere dunque anche per quanto riguarda la disabilità e tutto ciò che è attorno a essa. Di seguito ecco un glossario per aiutare a utilizzare i termini corretti, preceduto da brevi considerazioni per comprendere meglio il motivo della scelta di alcune parole invece di altre.

Persona – Fondamentale: al centro è la persona (la bambina, il ragazzo, l’uomo, la donna ecc.), la sua condizione, se servisse indicarla, viene dopo. Ecco dunque che il termine corretto per indicare chi vive in condizione di disabilità è proprio questo: persona con disabilità. Il resto viene di conseguenza. La persona (la bambina, il bambino, la ragazza, il ragazzo, l’uomo, la donna, l’atleta ecc.), dunque, al primo posto. Questa è una delle indicazioni fondamentali che giungono dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” (New York, 25 agosto 2006, ratificata, e quindi legge, dallo Stato Italiano). Non disabile, spesso viene usato. Utilizzabile, invece, “disabili” al plurale: si indica un gruppo, come gli scolari o i politici. Nemmeno dunque altri termini: handicappato (ma lo usa ancora qualcuno?), portatore di handicap (come se avesse quel fardello, l’handicap, da portarsi appresso), invalido. Già, invalido: quante volte, troppe, sentiamo questa parola ultimamente. Letteralmente una persona che non è valida. Il 10 per cento della popolazione mondiale (stima per difetto) ha una disabilità, quindi non è valido. “Diversamente abile” o “diversabile” (dall’inglese “differently abled” rilanciato in Italia da Claudio Imprudente, animatore storico del Centro Documentazione handicap di Bologna, le cui riflessioni sono sempre interessanti) hanno avuto forse una valenza anni fa, ora non più. La diversità è caratteristica di ognuno, non legata in particolare alla disabilità. Se si parla di sport, atleti paralimpici è consigliabile, anche riferito a quegli sport che non sono presenti alla Paralimpiade. Negli Stati Uniti, il National Center on Disability and Journalism, ha un’ottima “style guide”, molto valida non solo per l’inglese, come la BBC, con sezioni sulle categorie deboli e la disabilità.

Paralimpiade – Nel tempo, il linguaggio intorno alla disabilità è cambiato. In meglio. Anche grazie allo sport. Proprio grazie a quello paralimpico le riflessioni sul linguaggio sono state condivise e anche i termini corretti hanno iniziato a circolare. Prima della rete, il luogo dove erano insieme tante persone con disabilità da tanti Paesi del mondo erano i Giochi paralimpici. Nelle edizioni degli ultimi venti anni del secolo scorso cominciarono a essere distribuiti, in particolare a uso di coloro che si occupavano di comunicazione, opuscoli di vari Comitato paralimpici che invitavano a utilizzare questi termini. Questo accadeva ben prima che la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle Persone con Disabilità, che è anche legge dello Stato italiano, codificasse anche il linguaggio corretto.

Abilità – E’ la parola chiave del cambiamento. In questo la comunicazione e il linguaggio corretto diventa fondamentale. La cultura delle abilità: cominciamo a entrare in questo modo di pensare la società. Allora proviamoci: alla Paralimpiade  e nello sport in generale, togliamo quel “dis”. Le abilità in primo piano. Non ci sono disabili, ma solo abili, ognuno per la propria condizione. Atleta paralimpico può bastare (e lo spiegheremo anche in un capitolo successivo), proprio perché si parla di sport. Guardare le abilità vuol dire uscire dal pregiudizio. Esaltare la persona nella pienezza della sua esistenza. L’arte e lo sport (e in questo caso basta aspettare la Paralimpiade di Rio) sono i due ambiti principali dove questo avviene. Lo sport paralimpico diventa fondamentale in questo passaggio alla cultura delle abilità. Semplificando molto, nel secolo scorso si è transitati dalla cultura della disabilità (riconosco che all’interno della società vi sia la disabilità e che vi siano persone che vivono) a quella dell’integrazione (cerco di fare in modo che chi ha disabilità sia inserito all’interno del contesto sociale) e successivamente dell’inclusione (a chi ha disabilità sono riconosciuti pari diritti e pari opportunità di qualsiasi altra persona, anche se la società non è costruita per chi ha disabilità). Ora l’obiettivo è entrare nella cultura delle abilità: guardare alle abilità delle persone, ognuna con la sua condizione e diversità. In questo modo, si valorizza la persona così come essa è e per quello che può esprimere: ognuno, secondo la sua condizione, è risorsa per la comunità. Ecco il passaggio che la società deve fare e lo sport in questo ha un ruolo importante: eliminarere le parole disabilità, integrazione, inclusione. Pensare e guardare alle abilità, quelle di ognuno secondo le sue capacità. E’ il grande messaggio culturale e sociale dello sport paralimpico e della Paralimpiade in particolare. Cogliamolo per cambiare il mondo.

Sport – Dal 2016 il Comitato Paralimpico Internazionale ha dato indicazione di non usare i termini “disabile” e “disabilità” quando si parla di sport. Le motivazioni riprendono quanto è scritto nel capitolo precedente. Viene dalle riflessioni fatte da Phil Craven, Presidente di Ipc, prima di Londra 2012. Come è stato scritto all’inizio, riguardo le categorie deboli il linguaggio diventa sostanza. Sempre. In questo senso è da leggere l’intervento che Craven fece prima della Cerimonia di Apertura dei Giochi Paralimpici di Londra: “Non usate la parola disabile”. Luca Pancalli, presidente del Cip, lo condivise, ma avvertendo: il linguaggio che diventa sostanza non deve nascondere la realtà: “Abbiamo sempre parlato di atleti paralimpici. Anche quando abbiamo modificato,poco dopo il 2000, il nome del Comitato Paralimpico: prima era Federazione Sport Disabili. A me piace naturalmente dire persone con disabilità o persona disabile e non utilizzare l’aggettivo al posto del sostantivo: usare disabile significa confondere una parte con il tutto. Sono convinto che la terminologia sia importante e che riesca a rompere delle barriere culturali che diventano anche sociali. Detto questo, è chiaro che la sostanza debba prevalere sempre. La disabilità fa parte della realtà e non è nascondendola che si risolvono i problemi. Non mi vergogno della mia disabilità. Persone che usano il termine disabili hanno atteggiamento rispettosi: questo trovo sia fondamentale”. Insomma: non farsi fagocitare dal linguaggio, anche se attraverso questo si abbattono barriere che da culturali diventano sociali. Pancalli, in carrozzina dopo l’incidente per una caduta da cavallo quando era Nazionale Juniores di pentathlon moderno, ha vissuto da atleta prima e dirigente poi tutte le edizioni da quella di Seul ’88. “Ripeto: meglio persona con disabilità. Ma sullo sport il termine paralimpico è quello giusto: fa capire anche meglio le prestazioni. Come posso spiegare che Oscar Pistorius sia un fenomeno correndo i 100 metri in poco meno di 11”,cosa che fanno in molti, se non racconto che ha le gambe amputate? Non bisogna aver paura delle differenze: arricchiscono l’umanità”. La richiesta del Comitato Paralimpico è di sostituire la parola “disability” con “impairment”. Traducendo: “disabilità” con “menomazione”. In inglese questo può funzionare, ma in italiano la parola “menomazione” è peggiorativa rispetto a “disabilità”. Per questo, la locuzione “atleta con disabilità” risulta migliore di quella “atleta con menomazione”. Il termine “paralimpico” è però la scelta migliore, allargandone il significato anche a coloro che non hanno mai partecipato a una Paralimpiade, come invece vorrebbe Ipc, restringendo però troppo il campo in questo caso.

Regole – Non esistono regole particolari, ma alcune indicazioni fondamentali sono da tenere presenti, ma quella che poi è importante ricordare è: agisci in modo naturale. Sarà chi ha una disabilità a indicare se è a disagio o ha bisogno di aiuto, altrimenti senza farti problemi goditi compagnia e conversazione. Solo altre brevi indicazioni iniziali:

  • La persona al primo posto, la sua condizione, se necessario indicarla, poi.
  • Non sostantivazzare gli aggettivi. Si rischia di indicare una persona soltanto per quella sua condizione. Si confonde una parte con il tutto. Chiaramente non è così. Banale da esemplificare: una persona cieca e non un cieco/a.
  • Modificare il discorso quando si parla insieme a una persona con disabilità o questa è presente sarebbe discriminatorio. E’ importante agire normalmente, senza essere imbarazzati se capita di utilizzare espressioni di uso comune (come, appunto, “Hai visto?” a chi è cieco o “dai, meglio correre” a chi usa una carrozzina). Nessuno, con disabilità o no, vuole essere visto con pietà, compassione, carità. Dire a una persona cieca: “Ci vediamo dopo?” oppure a una in carrozzina: “Fai un salto qui” è corretto, anzi, si è invitati a farlo.

La sensibilità delle parole

Le parole possono proiettare un’immagine sbagliata, falsa e/o possono urtare le persone. Le parole e il modo di dirle sono importanti. La lista che segue (in neretto le parole e i termini da evitare e quelli con cui sostituirli, in altri casi si tratta di indicazioni) non è esaustiva e non può esserlo, vuole solo mostrare una terminologia più appropriata, partendo dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” e seguendo le indicazioni in particolare del Comitato Paralimpico Internazionale e del National Center on Disability and Journalism statunitense, ma anche di gruppi che operano nel campo della disabilità. Bisogna tenere presente che il dibattito intorno al linguaggio è sempre molto vivo e anche le indicazioni date sono in continua evoluzione. Occorre, come sempre, fare attenzione anche al contesto e alle eventuali traduzioni. In generale, può essere importante ricordare che la disabilità è una caratteristica o una situazione di vita, ma non sostituisce la vita. La vita mostra di essere più forte di ogni tipo di disabilità.

Parole da evitare Parole da usare
Un handicappato

Una persona handicappata

Un disabile, un diversamente abile

Una persona disabile

Una persona diversamente abile

Una persona con una disabilità o con disabilità

(prima di tutto si è una persona, una ragazza, un ragazzo, una bambina, un bambino, un atleta ecc. Metti la persona al primo posto invece che riferirti solo alla sua disabilità)

Handicappato fisico

Handicappato mentale

Persona con una disabilità fisica
Persona con
 una disabilità intellettiva o relazionale
Persona normale Persona normodotata (preferibilmente) o non disabile (se è necessario sottolinearlo) o persona che non ha disabilità o senza disabilità (scelte più neutre)
Un paraplegico, un tetraplegico Una persona con paraplegia, tetraplegia
Un cieco Una persona non vedente o una persona cieca

Per chi ha un residuo visivo usare: persona ipovedente

La traduzione del termine inglese “visually impaired”, menomato nella vista, in italiano è peggiorativa

Anormale, Down o persona Down, subnormale, deforme

(sono termini negativi, da non usare mai: feriscono la dignità della persona e fanno pensare che non si possa mai migliorare la condizione)

Specifica la disabilità

(evitare descrizioni che abbiano come fine quello di impietosire)

Spastico

Cerebroleso

Persona con una paralisi cerebrale

Persona cerebrolesa

Afflitto da

(le persone con una disabilità non devono essere viste o considerate come afflitte da qualcosa. Questo termine presuppone sofferenza e ridotta qualità della vita)

una persona con …(disabilità)
Confinato oppure relegato in carrozzina Usa una carrozzina
(la carrozzina aiuta a muoversi e non limita)
Menomato oppure invalido oppure storpio

(si mostra una immagine negativa di un corpo brutto e sgradevole; ognuno di noi ha dei difetti fisici)

con una disabilità fisica
Malattia, utilizzandolo in ugual significato a disabilità
(molte disabilità, come le lesioni e/o paralisi cerebrali o la paraplegia, possono non essere causate da malattia)
disabilità o condizione o indebolimento
Carrozzella (la guidano i cavalli) Carrozzina o sedia con ruote
Tronco o moncone
(è un termine che porta a pensare che l’arto di una persona sia stato tagliato come fosse il ramo di un albero)
una persona amputata o con una amputazione

amputazione

Sofferente per, sofferenza

(una persona con disabilità non è per forza sofferente)

Persona con… (disabilità)
Disabili

(non è un termine offensivo, ma inserisce tutte le persone con una disabilità in un gruppo, come non fossero inserite nella società e come fossero ripiegate su sé stesse; è utilizzabile, ma sarebbe meglio evitarlo)

Diversamente abili

Persona con… (disabilità)
Persone con una disabilitàIn ambito sportivo: Paralimpici (in questo caso, usato in positivo e al plurale, è utilizzabile anche come sostantivo, poiché identifica un gruppo: quello di atleti o persone con una disabilità che praticano sport)
Vittima

(le persone con disabilità non sono necessariamente vittime e non è giusto farle percepire come tali)

Persona con… (disabilità)
Sordomuto Persona sorda (i sordomuti non esistono) o persona con acusia. Per coloro che hanno residuo uditivo usare persona ipoacusica
Linguaggio dei segni Lingua dei segni italiana (Lis)
(la lingua dei segni è una vera e propria lingua, con traduttori specifici)
Nano Persona nana o persona con nanismo (non usare: affetto da). Usare anche persona con acondroplasia o persona con pseudoacondroplasia (secondo la condizione). Si può anche usare persona con bassa statura, anche se in italiano non è diffuso

Legenda: In neretto le parole e i termini da evitare e quelli con cui sostituirli, in altri casi si tratta di indicazioni

Indicazioni sul linguaggio

Dalle premesse fatte e dal glossario fornito, discendono alcune indicazioni generali.

Quando si parla, socializza, intervista una persona o un atleta con una disabilità, sarebbe meglio tenere presente alcune regole generali.

  • Identifica sempre prima la persona e poi la disabilità. Qualche volta può non essere necessario o interessante per quello che devi fare o per un articolo che devi scrivere menzionare la disabilità, per questo non occorre sentirsi obbligati a farlo. Quando è importante, può bastare spiegare di che tipo di disabilità si tratta e che cosa comporta. Inoltre, è importante che queste informazioni passino come normalità di vita e non come eccezionalità. Se è pertinente con la storia ricorda sempre: la persone al primo posto e la sua condizione poi. Per esempio: “lo scrittore, che ha una disabilità” è preferibile a “lo scrittore disabile”.
  • In una discussione o in un incontro, agisci naturalmente e non controllare ogni parola o azione. Non essere imbarazzato se ti capita di utilizzare espressioni di uso comune come “ci vediamo dopo” (magari con una persona non vedente) o “è meglio correre avanti” (a una persona che usa una carrozzina).
  • Evita di usare parole troppo emotive come “tragico”, “afflitto”, “vittima” o “confinato in una carrozzina”. Metti in evidenza l’abilità e le capacità, non i limiti (per esempio, dicendo “usa una carrozzina” piuttosto che “è relegato, è costretto in una carrozzina”).
  • Evita ritratti di persone con disabilità che risultino “straordinari” o “eccezionali” oppure “superumane”. Specie quando si racconta lo sport, può capitare che, sopravvalutando le imprese di atleti con disabilità, inavvertitamente venga suggerito che non ci si poteva aspettare risultati simili (chiaro, dipende dai risultati e dall’impresa ed è un concetto valido anche per un atleta normodotato).
  • Non sensazionalizzare il talento e le capacità di persone con disabilità. Mentre questi talenti e queste capacità dovrebbero essere riconosciuti e applauditi, responsabili di movimenti per i diritti delle persone con disabilità hanno cercato di fare in modo che si fosse consapevoli dell’impatto negativo di riferirsi al talento e alle capacità di persone con una disabilità fisica o sensoriale o intellettiva con un linguaggio iperbolico. Si tratta di una questione discussa da tenere in ogni modo presente.
  • Descrivi le persone come sono nella vita reale, quella di ogni giorno. Una persona con una disabilità potrebbe essere un atleta, ma potrebbe anche essere un genitore, un ingegnere, un dottore, un manager, un giornalista. Insomma, in particolare riguardo alle categorie deboli, sempre l’attenzione deve essere al tutto e non solo a una parte.
  • Le persone non vogliono essere viste con pietà, compassione, carità. Ricorda che una persona con disabilità non è necessariamente un malato cronico o un indisposto. Non confondere mai malattia e disabilità, che è condizione legata alla società in cui si vive, alle condizioni esterne, al tempo e al luogo.
  • Prima di affrettarti a fornire aiuto o assistenza a una persona con disabilità, chiedi sempre se questo è necessario o può far piacere. Il tuo aiuto potrebbe non essere necessario. Tuttavia, è legittimo offrire aiuto. Se il tuo aiuto fosse necessario, chiedi e/o ascolta eventuali istruzioni.
  • Quando parli con una persona con disabilità, in particolare con disabilità sensoriali (ma non solo), parla direttamente alla persona e non al compagno, l’interprete, la guida o chi gli sta accanto.
  • Non dimenticare che a una persona con disabilità può essere necessaria la tua pazienza e sufficiente tempo per agire in modo indipendente.
  • Se abitualmente quando saluti una persona stringi la mano, usa lo stesso gesto anche se la persona ha un limitato uso della/e mani o ha un arto artificiale. Sarà la persona stessa a farti capire se una certa azione è più o meno appropriata.
  • Non presumere che una persona con una disabilità fisica possa anche avere una disabilità sensoriale (per esempio, all’udito) o intellettiva e che la sua capacità di comprensione sia comunque minore o ridotta. Parla con un tono ed espressioni normali e non usare un linguaggio volutamente semplice o condiscendente.

 

Persone in carrozzina

  • Quando parli con una persona in carrozzina, specie se la devi intervistare, e la conversazione dura per qualche minuto, poniti in modo che i tuoi occhi siano allo stesso livello dei suoi.
  • Non spingere qualcuno in carrozzina fino a che non te lo chiede e non appoggiarti alla sua sedia o non appenderci qualcosa sopra. La sedia è parte del suo spazio personale e gli permette di essere indipendente e potersi muovere.
  • Non avvertire o cercare di proteggere una persona che usa una carrozzina con un picchiettio alla testa o sulle spalle. Semplicemente usa le stesse cortesie e gli stessi modi che useresti con chiunque altro.
  • La carrozzina va spinta dolcemente, senza movimenti bruschi, con una velocità ragionevole. Se occorre sollevarla, evita di afferrarla dove capita, fai attenzione e, se occorre, chiedi alla persona che usa la carrozzina. Meglio avere un’accortezza in più che rischiare di provocare danni.

 

Persone non vedenti e ipovedenti

  • Quando parli con persone ipovedenti o non vedenti, identifica sempre te stesso e gli altri con cui sei. Puoi per esempio dire: “Sono Tizio e alla mia destra c’è Caio”. È molto importante anche fare una descrizione verbale di cose che stanno accadendo e si possono vedere. Una persona non vedente o ipovedente non è in grado di cogliere le espressioni del volto o i gesti, fai in modo di essere compreso con la parola.
  • Non accarezzare o toccare mai un cane guida mentre è preparato con guinzaglio e attrezzature varie. Semplicemente, ignoralo. L’animale, quando è bardato, sta lavorando e il suo lavoro è molto importante. Distrarlo potrebbe nuocere al suo padrone.
  • Un cane guida è parte integrante della persona che lo utilizza. Permetti all’animale di essere con la persona non vedente in qualunque momento e luogo.
  • Annuncia il tuo arrivo, la tua partenza, la tua entrata, il tuo allontanamento ecc. da un luogo o da una stanza quando è presente una persona ipovedente o non vedente.
  • Fai in modo che una persona ipovedente o non vedente sappia che vi è un ostacolo, se questo non può essere rivelato dal bastone.
  • Avverti la persona al primo e all’ultimo gradino di una scala. Fa lo stesso con una scala mobile.
  • Quando ti offri o ti capita di fare da guida a una persona ipovedente o non vedente, permettigli di prendere il braccio o di avere una mano appoggiata su una spalla o una parte del corpo. Nel caso di una scala, chiedi se preferisce il braccio, la spalla o il corrimano.
  • Se aiuti una persona a trovare un posto, guidalo fino a dove è il posto da raggiungere e poni la sua mano sul sedile o sul bracciolo della sedia.
  • Per descrivere la posizione di oggetti, fallo dando riferimenti spaziali in relazione alla posizione della persona non vedente o ipovedente.
  • Nel caso di appuntamenti, la puntualità è un aspetto molto importante: lunghe attese senza la possibilità di vedere possono essere causa di forte disagio e stress.
  • Nel caso di dover accompagnare una persona non vedente a un servizio igienico, se sei dello stesso sesso entra con lei e descrivile il tipo di bagno, la dislocazione dei sanitari e delle attrezzature, come il portarotoli e l’asciugamano. Informala con naturalezza sulla situazione igienica dell’ambiente. Se non sei dello stesso sesso o non hai abbastanza confidenza con la persona non vedente, fatti aiutare da qualcuno che lo sia, se ne avessi la possibilità.

 

Queste sono solo alcune indicazioni da tenere in mente. Se vuoi ricordarne solo una, ricorda questa: agisci sempre in modo naturale. La persona con disabilità ti dirà se ha bisogno di aiuto, altrimenti prosegui normalmente e goditi compagnia e conversazione.  

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