Intervista e fotografie di Micaela Zuliani su ForSalus dedicato questo mese ai disturbi del comportamento alimentare.

Finalmente è uscito il numero di Ottobre di ForSalus , una rivista trimestrale che parla di sanità e salute, questo mese è interamente dedicato alla prevenzione e alla cura dei disordini del comportamento alimentare.
La monografia sarà distribuita in occasione del Convegno “Le prigioni del cibo” che si terrà al CEFPAS dal 7 all’8 ottobre.

In tutta la rivista sono state pubblicate gran parte delle foto del progetto  “Nessuno se n’è accorto” da me realizzato, oltre alle due copertine.  All’interno trovate il mio articolo – intervista, essendo stata anch’io malata di anoressia e bulimia in passato per oltre 10 anni. 

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INTERVISTA:

Titolo emblematico quello del nuovo progetto fotografico di Micaela Zuliani, fotografa di Portrait de Femme attenta al sociale che negli ultimi anni ha realizzato diverse campagne di sensibilizzazione su temi quali femminicidio, lotta contro il cancro, dipendenze, discriminazioni, disabilità. Ideatrice dei progetti Boudoir Disability e Portrait de Femme Therapy, questa volta il fuoco è sui disturbi del comportamento alimentare, seconda causa di morte tra i giovani prima degli incidenti stradali.Un titolo come al solito provocatorio, apparentemente un’accusa. In realtà è un dato di fatto che chi soffre di questa malattia tiene nascosto il malessere, la sofferenza, la rabbia agli altri come a se stesso. La malattia si insinua e non dà segnali chiari né all’interno della persona malata, né alle persone che le stanno vicino e spesso per identificare il malessere sono necessari mesi o addirittura anni. “Mi prenderò cura IO di te” sottolinea il rapporto malsano, coercitivo, che c’è all’interno dello stesso soggetto che vive il disturbo: è come se ci fossero due entità, una fragile, sottomessa e una forte, dittatoriale che si prende cura dell’altra, facendola stare “meglio” nella malattia. In fondo la malattia è rassicurante perché scandisce bene e in modo chiaro cosa fare e cosa non fare e in essa non si perde il controllo, come invece potrebbe accadere nella vita reale e con gli altri. È il controllo maniacale, la paura di lasciarsi andare, di vivere le emozioni che rappresentano un vero e proprio salto nel vuoto, vuoto che si teme e che si riempie costantemente col cibo, perché crea angoscia, inquietudine, vulnerabilità. Ci tenevo ad andare oltre il cliché che vuole vedere sempre la malattia dei disturbi alimentari come associazione cibo / bilancia. Prima di realizzare il video ho fatto una ricerca e ho notato che nei progetti fotografici viene spesso rappresentato questo copione: il cibo, unadonna che si pesa sulla bilancia o che vomita in bagno. Io volevo andare oltre, volevo far capire cos’è veramente il disturbo, rappresentando l’invisibile, ciò che si nasconde nella malattia, dargli un senso, un’immagine per renderlo visibile, più tangibile: l’ossessione del pensiero fisso costante protratto nel tempo che rallenta, offusca, spegne ogni energia ed entusiasmo. Un solo fotogramma in tutto il video ha come oggetto il cibo e cioè la mela nel piatto tagliata in due: ho scelto questo frutto perché in sé racchiude vari simboli metaforici : la fertilità, il peccato, la bellezza, per citarne solo alcuni. Il pensiero fisso si nutre di rabbia, odio per se stessi, silenzi, urla sopite e trattenute a forza. Non ti lascia respirare, vivere, amare, soffrire. E sei in balia, come un automa, esegui ciò che ti impone la testa pur sapendo che ti farà stare male o che ti imporrà dolore, sforzi fisici inverosimili, ma è come se fossi ipnotizzato. Fai male a te per non far male a chi ami e ti ha deluso. Ammettere il dolore che si prova e la delusione è come morire. Il cibo, il peso, rincorrere la perfezione delle modelle sono solo la punta dell’iceberg per un’identità che ha paura di mostrarsi, perché mostrandosi non asseconderebbe più chi ti sta vicino. Ti spegni fino a morire….Il video racconta 4 storie di giovani donne che vivono nel vortice di emozioni contrastanti. Ho voluto giocare con le inquadrature, come se chi guardasse il video entrasse piano piano nelle stanze e vivesse insieme alla protagonista una giornata tipo della malata, anoressica o bulimica. Ho cercato di parlare di stati d’animo: solitudine, vuoto, rabbia, voracità, scissione dell’io quasi a sentire la presenza di un demone nella testa, l’inerzia, l’apatia, la rassegnazione, la derisione e lo spegnersi di ogni desiderio ed impulso anche sessuale. Chi soffre di questa malattia non ha solo un brutto rapporto con il proprio corpo ma ha un grosso problema a lasciarsi andare alle emozioni e alla propria sessualità. Le emozioni devono essere soppresse, altrimenti la rabbia tenuta costretta prima o poi esplode ed è proprio quello che si vuole evitare.Spesso si descrive la malattia come una perdita eccessiva di peso, anche questo è uno stereotipo! Tantissimi malati (ragazzi, ragazze, adulti) sono normopeso ma alternano nello stesso giorno il mangiare troppo con lo smaltire le calorie andando in palestra o ricorrendo ad un uso eccessivo di lassativi (bulimia nervosa), compromettendo il regolare funzionamento del corpo con gravi problemi agli organi interni.Il video inizia con due fotogrammi scuri in cui il soggetto è lei stessa, Micaela, anche lei per 10 anni ha sofferto di entrambe le malattie? Sì, volevo esserci in prima persona, dietro e davanti alla fotocamera, sono due autoscatti che sintetizzano la malattia: il primo rappresenta la chiusura in se stessi e la difficoltà di chiedere aiuto, il secondo è il demone che seduce la malata e la esorta a farsi del male, convincendola che sarà lui a prendersi cura del suo dolore, come non hanno fatto gli altri. Nel video compaiono altri soggetti, chi sono? Ho cercato su Facebook ragazze che avessero l’età media di chi soffre di questa malattia. Si sono proposte in parecchie, tutte brave e molto coinvolte; conoscono il problema, avendo amiche che ne sono uscite, alcune di loro stanno facendo corsi di recitazione, una sta uscendo dalla malattia. È stato un bellissimo lavoro di squadra e mi hanno aiutata molto a rea- lizzare ciò che avevo in mente, quindi un grazie di cuore a Gaia Poli, Giulia Rossi, Francesca Capitani, Rebecca Gargioni.Il video, dopo i due fotogrammi neri, inizia con il viso della ragazza immer- so nella vasca e si conclude quasi nello stesso modo, perché? La mia intenzione non era quella di dare risposte o di dire se o se non se ne viene fuori, perché dipende solo dalla propria forza di volontà e dalla voglia di amarsi. La mia presenza nel video è comunque un messaggio di speranza per chi mi co-nosce, perché ne sono uscita e sto pren- dendo in mano la mia vita come non ho mai fatto prima, sono sicuramente un esempio positivo, ma è un grosso lavoro che si fa su se stessi. Ho lasciato il finale aperto per una riflessione più sottile e meno scontata.L’ultimo fotogramma è un insieme di parole ad effetto, sintetizzano la malattia? Sì. Per tutto il video lancio sassi nello stagno che dovrebbero far capire a chi lo guarda il sentimento che la protagonista prova. L’ultimo fotogramma non è altro che rafforzare e dare un nome agli statid’animo, alle emozioni che si provano. Ad alcune persone uscite dalla malattia ho chiesto di scegliere d’istinto 5 parole che sintetizzassero il disturbo. Senza esi- tazione erano sempre le stesse: vuoto, so- litudine, paura, rabbia, malinconia…ecco, questo è ciò che sta dietro ai disturbi ali- mentari! Ho chiesto anche qual è stato il rammarico più grande avendo avuto la malattia e tutti, me compresa, abbiamo risposto “aver sprecato la propria vita, gli anni migliori che non torneranno più indietro.”
Intervista a cura di: Valentina Botta

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